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    il crocifisso nn si tocca !!

     
     
    Nella Croce si era manifestato l'amore gratuito e misericordioso di Dio. Questo amore Paolo lo sperimentò anzitutto in se stesso e da peccatore diventò credente, da persecutore divenneapostolo. Giorno dopo giorno, nella sua nuova vita, sperimentava che la salvezza era ‘grazia’,
    che tutto discendeva dalla morte di Cristo e non dai suoi meriti. Il “vangelo della grazia” diventò così per lui l'unico modo di intendere la Croce, il criterio non solo della sua nuova esistenza, ma anche la risposta ai suoi interlocutori. Per san Paolo la Croce ha un primato fondamentale nella storia dell’umanità; essa rappresenta il punto focale della sua teologia, perché dire Croce vuol dire salvezza come grazia donata ad ogni creatura.Il tema della croce di Cristo diventa un elemento essenziale e primario della predicazione dell’Apostolo. Egli rimase profondamente colpito dalla conoscenza dei particolari riguardanti la crocifissione del Nazareno, ma, più di ogni altro aspetto, è l’interpretazione dell’evento che
    ha radicalmente scosso la sue convinzioni. La morte in croce, terribile, dolorosa, vergognosa, era uno scandalo inaudito nella coscienza degli uomini dell’epoca; il Messia, secondo Paolo, ha accettato questa morte per dimostrare la misura dell’amore di Dio verso gli uomini e per
    salvarli: è questa la conclusione sorprendente a cui giunge. Paolo ci invita a non soffermarci all’esteriorità della crocifissione, ma propone di individuarne l’aspetto salvifico soggiacente.
    Quell’uomo messo in croce non ci salva a causa della grande sofferenza che ha patito, ma perché, morendo, dimostra inequivocabilmente chi è lui e chi è Dio. La croce è l’unità di misura dell’amore di Dio. Gesù che pende dalla croce ci dice quanto seriamente siamo stati amati. Il suo fu davvero un gesto di abbandono assoluto, definitivo, immenso, totalizzante,
    vero. Dio si è messo in gioco fino alla fine. Dio è morto per amore, l’amato è morto per l’amata, il creatore è morto per manifestare la sua passione per la sua creatura. La croce resta uno strumento orribile di tortura e di morte, ma che Dio ha voluto trasformare in strumento di redenzione e di vita. Gesù ha scelto di morire, ha scelto di abbandonarsi nelle mani del Padre. Perché l’ha fatto? Per amore, solo per amore.
    Per Paolo questa non fu una semplice teoria: l'esempio più chiaro riguarda la comunità di Corinto. Di fronte ad una Chiesa dove erano presenti in modo preoccupante disordini e scandali, dove la comunione era minacciata da partiti e divisioni interne che incrinavano
    l'unità del Corpo di Cristo, Paolo si presenta non con sublimità di parola o di sapienza, ma con l'annuncio di Cristo, di Cristo crocifisso. La sua forza non è il linguaggio persuasivo ma, paradossalmente, la debolezza e la trepidazione di chi si affida soltanto alla “potenza di Dio”.
    La Croce, per tutto quello che rappresenta e quindi anche per il messaggio teologico che contiene, è scandalo e stoltezza.
    Le prime comunità cristiane, alle quali Paolo si rivolge, sanno benissimo che Gesù ormai è risorto e vivo; l'Apostolo vuole ricordare non solo ai Corinzi o ai Galati, ma a tutti noi, che il Risorto è sempre Colui che è stato crocifisso. Lo ‘scandalo’ e la ‘stoltezza’ della Croce stanno
    proprio nel fatto che laddove sembra esserci solo fallimento, dolore, sconfitta, proprio lì c'è tutta la potenza dell'Amore sconfinato di Dio, perché la Croce è espressione di amore e l’amore è la vera potenza che si rivela proprio in questa apparente debolezza.
    Per i Giudei la Croce è skandalon, cioè trappola o pietra di inciampo: essa sembra ostacolare la fede del pio israelita, che stenta a trovare qualcosa di simile nelle Sacre Scritture. Paolo, con non poco coraggio, sembra qui dire che la posta in gioco è altissima:
    per i Giudei la Croce contraddice l'essenza stessa di Dio, il quale si è manifestato con segni prodigiosi. Dunque accettare la croce di Cristo significa operare una profonda conversione nel modo di rapportarsi a Dio.
    Se per i Giudei il motivo del rifiuto della Croce si trova nella Rivelazione, cioè la fedeltà al Dio dei Padri, per i Greci, cioè i pagani, il criterio di giudizio per opporsi alla Croce è la ragione. Per questi ultimi, infatti, la Croce è moría, stoltezza, letteralmente insipienza, cioè un cibo senza sale; quindi più che un errore, è un insulto al buon senso.
    Ma perché san Paolo proprio di questo, della parola della Croce, ha fatto il punto fondamentale della sua predicazione? La risposta non è difficile: il Crocifisso è sapienza, perché manifesta davvero chi è Dio, cioè potenza di amore che arriva fino alla Croce per salvare l'uomo. Dio si serve di modi e strumenti che a noi sembrano a prima vista solo debolezza. Il Crocifisso svela, da una parte, la debolezza dell'uomo e, dall'altra, la vera potenza
    di Dio, cioè la gratuità dell'amore: proprio questa totale gratuità dell'amore è la vera sapienza. Di ciò san Paolo ha fatto esperienza fin nella sua carne e lo testimonia in svariati passaggi del suo percorso spirituale, divenuti precisi punti di riferimento per ogni discepolo di Gesù: “Egli mi ha detto: ti basta la mia grazia: la mia potenza, infatti si manifesta pienamente nella debolezza”; e ancora: “Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti”. L’Apostolo si identifica a tal punto con Cristo che anch'egli, benché in mezzo a tante prove,
    vive nella fede del Figlio di Dio che lo ha amato e ha dato se stesso per i peccati di lui e per quelli di tutti. Questo dato autobiografico dell'Apostolo diventa paradigmatico per tutti noi. San Paolo, nella seconda Lettera ai Corinzi), ci consegna una mirabile sintesi della Croce di
    Gesù. Tutto è racchiuso tra due affermazioni fondamentali: da una parte Cristo, che Dio ha trattato da peccato in nostro favore (v. 21), è morto per tutti (v. 14); dall'altra, Dio ci ha riconciliati con sé, non imputando a noi le nostre colpe (vv. 18‐20). E’ da questo “ministero della riconciliazione” che ogni schiavitù è ormai riscattata. Qui appare come tutto questo sia rilevante per la nostra vita. Anche noi dobbiamo entrare in questo “ministero della riconciliazione”, che suppone sempre la rinuncia alla propria superiorità e la scelta della stoltezza dell’amore. San Paolo ha rinunciato alla propria vita donando totalmente se stesso
    per il ministero della riconciliazione, della Croce che è salvezza per tutti noi. E questo dobbiamo saper fare anche noi: possiamo trovare la nostra forza proprio nell’umiltà dell’amore e la nostra saggezza nella debolezza di rinunciare per entrare così nella forza di Dio. Noi tutti dobbiamo formare la nostra vita su questa vera saggezza: non vivere per noi stessi, ma vivere nella fede in quel Dio del quale tutti possiamo dire: “Mi ha amato e ha dato se stesso per me”.

    grazie di questa mail,amico Antonio

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